Perché Calvisà el paes dè ‘i oc

“Man mano che le brulle campagne bresciane dette più comunemente “brughiere” si allontanavano alle spalle del viaggiatore frettoloso, un Paesaggio più ameno e interessante si apriva sul suo percorso: campi scuri, appena arati o rigogliosi di granoturco, filari di gelsi ed imponenti pioppi lungo i corsi d’acqua, insediamenti sparsi stanziati più o meno regolarmente tra i prati che regalavano il verde senza parsimonia e, immancabile, qualche nota di antico là dove l’occhio riusciva a mettere fuoco una severa costruzione feudale o una più distensiva villa seicentesca. Infine le torri, di varie dimensioni, che annunziavano il paese, a meno che, messaggere della segnaletica non fossero dei simpatici e impettiti “pennuti” che, in tempi senz’altro più tranquilli, circolavano liberamente appropriandosi anche della strada riservata ai veicoli e ostruendo ovviamente il traffico.

palio dell'oca

“Paés dei oc” commentava spazientito l’autista frettoloso, aspettando che il branco gli lasciasse il passaggio.

“Calvisà , paés dei oc” ammicca oggi con nostalgia chi ha avuto l’occasione di fare quegli incontri o chi, abitualmente, gustava i quattro passi lungo Via Noa (via Lechi) dove le acque del Saugo rigurgitavano di oche che, quasi sempre facevano scalo sul sagrato per mettersi in vetrina.”          

(Adriana Pari)                                                           

L’addomesticamento dell’oca, nelle abitazioni del vecchio borgo, era abbastanza sofferto, sia dal povero animale, ma ancor più dagli abitanti. Le oche richiedevano il pascolo e questo compito era riservato ai bambini che, tornati da scuola, si munivano di bastoncino (stroppa) e persino della scopa e le portavano lungo le rive dei fossi trasformando il dopo-scuola in un gioco. Con un occhio si controllava che le oche non saccheggiassero i campi, e con l’altro si controllava il gioco delle “marmorine” (cicche). Le oche costringevano i ragazzini a continui spostamenti perché esaurivano presto l’area destinata a pascolo.

Quando il gozzo era pieno era facile raggrupparle e ritorno a casa. Prima che le oche prendessero sonno occorreva una buona cena fatta di un impasto con la farina o la crusca.

In autunno i pasti miglioravano di qualità e sostanza, si diminuiva la dose di erba e, man mano che si avvicinava l’ultima ora, si aumentavano i farinacei. Proprio in questo periodo si procedeva all’ingozzatura dell’oca, operazione che richiedeva buone competenze per non farle soffocare e per non prendere “becconi”. Durante l’ingozzatura le oche venivano rinchiuse in un piccolo recinto perché non si muovessero aumentando così l’ingrasso.

Le oche venivano allevate anche per il piumino, quest’ultimo si ricavava due volte all’anno: a metà luglio e in autunno, quando si uccidevano. Quando si procedeva alla spennatura, le oche schiamazzavano terribilmente, ma non sfuggivano dalle mani della massaia. Ogni anno si ricavavano due etti di piumino per oca che si vendeva a buon prezzo al mercato.

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